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Debora M

Sono Debora, ma anche Dedè o Nasreen. Ho troppi anni e sono un incrocio maledettamente mal riuscito di sangue toscano e laziale, il che mi rende, se possibile, ancora più assurda di quanto sia possibile supporre.
Studio [dovrei] Giurisprudenza a Roma, ma in realtà sono una lettrice ossessiva compulsiva e imbrattatrice di carte.

Caporedattrice di SognandoLeggendo.net
Recensore presso Scrittevolmente e Urban Fantasy 

Ha collaborato con Quarto Potere, rivista di cinema e cultura online
Ha collaborato con Oggicronaca.it

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sabato 8 giugno 2013

[Naruto!Fanfic]I want them to see me - 私は彼らが私を見てみたい


FANFICTION "NARUTO"

Titolo: I want them to see me - 私は彼らが私を見てみたい
Autrice: Nasreen
Beta: acardia17
Rating: G
Personaggi: Naruto Uzumaki, Sorpresa
Avvertimenti: Momento Mancante, What’s if?, One-shot, baby!Naruto

Trama: Forse è vero quando si dice che l’indifferenza fa più male di mille parole. Lo sa bene il piccolo Naruto quanto possa essere doloso e, forse, non soltanto lui.

Dedicata a Billaneve e acardia17. 

Sulle note di: Ludovico Einaudi – Primavera

 Disclaimer: I personaggi di questa storia appartengono a Masashi Kishimoto e a tutti coloro che ne detengono i diritti di copyright. La storia vera e propria appartiene alla sottoscritta.

Immagine: L'immagine non mi appartiene in nessun modo. Cliccateci sopra per visualizzare la versione ingrandita.  

I want them to see me - 私は彼らが私を見てみたい
 
Correre, arrampicarsi sugli alberi, cacciare nemici immaginari e cadere, ancora e ancora, un ginocchio sbucciato dopo l’altro. Crollare a terra sfinito, ridere delle ferite riportate e rialzarsi con un sorriso a scacchiera di sfida, ricominciare a correre architettando uno scherzo dopo l’altro in preda ad una strana ed eterna euforia.

Il bambino inciampò nuovamente in una grossa radice e cadde, viso a terra. Il dolore al mento fu percepito come nulla più di un lieve fastidio presto accantonato con una scrollata di spalle, alla pari delle goccioline di sangue che stavano cominciando a imbrattargli la maglia arancio: un piccolo inconveniente, nessuno lo avrebbe ripreso per quello.

Ridacchiò, facendosi forza passandosi il dorso della mano sul viso come a voler cancellare il fastidioso pizzicore. «…Baka!», si disse rialzandosi e scrollando la terra dalla propria tuta sgargiante e strappata.

Riprese a correre trascinandosi dietro una sacca verde più grande di lui ma carica di tesori da sfruttare al più presto; già pregustava il momento in cui sarebbero iniziate le urla. Urla tutte per lui, qualcosa di diverso dalla solita noncuranza, qualcosa di vivo.

Gli occhi azzurri, chiarissimi e luminosi, si incupirono per un breve istante, attraversati da una scheggia di oscurità prontamente sconfitta dalla luce ma sempre in agguato e pronta a invadere e corrompere il proprio ospite. Il bambino alzò gli occhi al cielo, che stava imbrunendosi lentamente, e diede un’occhiata veloce ai tetti lontani di Konoha; doveva sbrigarsi.

Continuò a correre sbattendo qua e là, come ubriaco, gravato in realtà dal peso dei propri tesori. Erano la prova che era andato fin lassù, proprio come aveva giurato quella mattina, dove non era permesso mettere piede per via degli shinobi nemici, dove nessuno osava avventurarsi.

Finalmente vide l’enorme portone del villaggio: era a casa, appena in tempo per evitare la chiusura del passo. Ma, come evocato dai suoi pensieri, in quell’esatto momento l’ingresso di pietra bianca del Villaggio della Foglia iniziò a chiudersi e il bambino si fermò di botto, sgranando gli occhioni per un attimo prima di ricominciare a correre come un forsennato. Non sarebbe riuscito a rientrare per la notte e nessuno gli avrebbe aperto: lo avrebbero lasciato fuori, sordi di fronte ai suoi richiami. No, non di nuovo!

Corse con tutta la velocità permessagli dalla sua statura, con la sacca che gli sbatteva sulla schiena magra e qualcosa, al suo interno, che gli picchiava ripetutamente addosso, tagliando la bisaccia e strappandogli la maglia. “Accidenti, è una delle ultime!”, pensò confusamente mentre si rendeva conto che nessuno gli avrebbe rammendato quell’ultima maglietta. il problema fu però prontamente scacciato da qualcosa di più immediato. “Devo farcela”, si disse intanto che atterrava in scivolata all’interno del villaggio, passando attraverso l’ultimo spiraglio e rischiando di rimanervi schiacciato.

Non si fermò ad osservare le due guardie che, incuranti, stavano continuando a sigillare l’accesso al villaggio. Sapeva cosa avrebbe visto nei loro occhi, sapeva che nessuno di loro era interessato a lui o che rimanesse fuori, solo, per tutta la notte. Sapeva perfettamente che non avrebbe visto nulla, assolutamente nulla, in quegli occhi, e perciò si limitò fare una pernacchia derisoria ai due e scivolare via, verso i giardinetti, verso la propria meta.

Era tardissimo e lui era completamente esausto, ma sarebbe arrivato in tempo e questa volta avrebbero visto, avrebbero voluto vedere i suoi tesori, li avrebbe avuti tutti intorno. Li avrebbe avuti tutti!

Le finestre delle case erano illuminate, qualche camino sbuffava fumo e l’odore di cibo si spandeva per le vie facendo brontolare lo stomaco del bambino. Aveva fame, pensò, passando in volata di fronte a casa Nara: l’odore di carne era delizioso; gli sarebbe piaciuto assaggiarne un po’, o averne un po’ per cena ogni tanto. I suoi occhi si incupirono di nuovo per poi tornare a brillare soddisfatti non appena la grossa cosa appuntita che aveva nella sacca tornò a graffiargli la pelle della schiena, dopo un nuovo rimbalzo.

Doveva sbrigarsi, sorrise beato, prima di svoltare l’ultimo angolo e vedere i giardinetti ancora un po’ popolati anche se i più erano stati richiamati a casa per cena. “Non importa, girerà la voce” sentenziò fiducioso mentre scavalcava la sbarra di legno e si tirava dietro il suo bottino, che sembrava pesare il doppio di quando era partito.

Qualche sguardo incerto si posò velocemente su di lui, prima di essere distolto e puntato altrove come era solito accadere, ma Naruto questa volta non si lasciò scoraggiare e, sfoggiando un sorriso a dir poco radioso, si incamminò verso gli altri bambini.

«Eeeeehi!» li salutò, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Nessuna risposta, come sempre, ma Naruto se l’aspettava e non demorse. «Ohi, sono stato sulle colline!» proseguì, conquistando finalmente qualche occhiata interessata, un passo nella sua direzione e uno sbuffo incredulo. 

Nuovamente non si lasciò impressionare - era abituato a molto peggio - ma non poté fare a meno di assottigliare gli occhi in segno di beffa e sfida. Fu solo un attimo perché Naruto si ritrovò a ridacchiare contento, lo stavano guardando.
 


Poco lontano, a dondolarsi pigramente su un altalena solitaria, se ne stava un altro bambino che non aveva staccato lo sguardo di dosso al biondo. Tranquillo ma attento indugiava lì, silenzioso, ad osservare i caparbi tentativi di un ragazzino che giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, continuava cocciutamente a voler entrare in contatto con il resto di loro. Ogni volta si presentava con qualcosa di assurdo, pericoloso e terribilmente avventato, ogni volta si avvicinava un po’ di più alla propria meta per poi essere ricacciato indietro con uno sguardo o una parola. Il bambino però non si abbatteva, ghignava come a voler indicare che erano loro gli stupidi, erano loro che ci perdevano, e dopo aver urlato sicuro che stavano insultando il prossimo Hokage se ne andava con le mani in tasca e la testa puntata verso il cielo, a fissare qualcosa che conosceva solo lui.

Sbuffò di fronte a quell’inutile sfoggio di ostinazione, si diede un’altra spinta indolente e seguitò a studiare  la scena, come un osservatore silenzioso ma meticoloso. Tanto sapeva perfettamente che non appena quel cocciuto si fosse allontanato, di nuovo sconfitto ma mai arreso, gli altri sarebbero corsi a frugare in quella sacca piena di chissà cosa, avrebbero diviso quel tesoro ormai inutile per il proprio originario proprietario e poi avrebbero incominciato a vantarsi della loro audacia per giorni.

Gli occhi scuri ripresero a scrutare quello strano scenario, che sembrava come congelato in un attimo di stallo; gli altri bambini erano evidentemente combattuti: erano curiosi di scoprire cosa avesse trovato Uzumaki, soprattutto visto lo stato in cui era ridotto, con la tuta tutta sbrindellata e pieno di tagli in quel modo. Questi seguitava a stare fermo, con le mani piantate sui fianchi, il fiatone e lo sguardo di chi vuol sfidare il mondo sapendo di poterlo conquistare, o almeno di è pronto a versare l’ultima goccia di sangue nell'impresa.

«Diventerò il prossimo Hokage!»

L’aveva urlato così tante volte che ormai nessuno gli prestava più attenzione -  era quasi fastidioso - eppure in quel momento, fissando quegli occhi chiari così decisi e battaglieri, il ragazzino si chiese se in fondo al di là di quelle parole non vi fosse qualcosa di più, oltre la stupida arroganza che tutti vedevano.

«Shiu! Shizu! È ora di rientrare!»
«Ryu! A casa, subito!»
«Inumi, la cena! La mamma ci aspetta»

“Ecco, di nuovo” pensò il ragazzino mentre osservava i genitori prendere e portare via gli altri bambini, lontani da Uzumaki, non senza lanciargli occhiate nervose o, peggio ancora, malevole.

«…quante volte devo dirti di non avvicinarti a lui!»

Stesso sussurro, le stesse parole ripetute per l’ennesima volta che sembravano fendere il silenzio serale del villaggio. Perfettamente udibili dalle altalene e quindi una cannonata nelle orecchie del biondino che, però, continuava a stare fermo, immobile, a fissare le schiene dell’ennesima sconfitta.

Non sapeva cosa avesse fatto per meritarsi un simile atteggiamento, era impossibile scoprirlo per quanto ci avesse provato. Forse non ci aveva veramente provato, in fondo non gli interessava realmente e non ci si era impegnato più di tanto.

Vide Uzumaki attendere che gli altri avessero lasciato il parco per poi abbassare il capo. 

Impossibile dire cosa gli stesse passando per la testa visto il volto celato, osservò il ragazzino al sicuro parecchi passi più in là, fermando il lento dondolio dell’altalena per rimanere perfettamente immobile e invisibile a sua volta, ma per scelta.

Lo scorse chinarsi e afferrare la sacca per poi gettarla fra i cespugli, con noncuranza, e nel farlo poté scorgere per un attimo la schiena dell’altro, graffiata a sangue, venire attraversata da lunghe lacrime rosse. Quando il biondo si voltò per andarsene i suoi occhi erano limpidi, azzurri e placidi come sempre, ma soprattutto asciutti e fintamente sereni. Lo vide alzare gli occhi al cielo scuro, un rituale consolidato negli anni, e ficcarsi le mani in tasca prima di riprendere il vialetto erboso dal quale era arrivato. Le ferite sulla sua schiena continuavano a piangere quelle lacrime che gli occhi non sembravano intenzionati a concedersi.
 
Un alito di vento fece ondeggiare l’altalena su cui era seduto e il rumore attirò l’attenzione dell’altro che si voltò di scatto, quasi guardingo. I loro occhi si incrociarono per un instante, e si videro. Gli unici due bambini, soli, all’ora di cena, nel parco del villaggio.

Si fissarono per un lungo istante, gli occhi chiari e vagamente stupidi del biondo e quelli d’onice del moro. Si scandagliarono, attenti, incerti di fronte a quel contatto ma identificandosi istintivamente. Simili e opposti nella loro solitudine non impiegarono molto per riconoscere l’uno come specchio riflesso dell’altro e a odiarsi di fronte a quella scoperta.
 
Gli occhi chiari fintamente ingenui, necessari per nascondere il dolore derivante da un odio incompreso.
Gli occhi scuri celati dall’apatica freddezza di chi ha perso tutto e non ha altri sogni se non quello di annientare il colpevole.
 
Sasuke Uchiha vide le labbra di Naruto Uzumaki aprirsi in uno smagliante sorriso, un sorriso vero e luminoso, uno di quelli dietro il quale era solito nascondersi. Questo, tuttavia, qualcosa di diverso. Un qualcosa in più che lo infastidì, proprio perché estraneo a quello schema tanto accurato che aveva compilato per il biondo. Gli rispose arcigno, assottigliando gli occhi carichi di risentimento, per poi saltare giù dall’altalena, dargli le spalle e andarsene.
 


Naruto fissò il ragazzino moro, di cui ignorava perfino il nome, ricambiare il suo sorriso con una smorfia di irritazione, ma non gli erano sfuggiti gli occhi scuri che sembrano averlo visto, finalmente, e non trapassato come fosse stato aria o qualcosa di fastidioso. Lo aveva visto, lo aveva visto per davvero. Sbuffò sonoramente per farsi sentire dall’altro e, voltando le spalle, se ne andò segretamente soddisfatto.

Non li aveva avuti tutti, come desiderava, ma aveva avuto tutto ciò per cui aveva faticato quel giorno. A lui bastava.


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