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Debora M

Sono Debora, ma anche Dedè o Nasreen. Ho troppi anni e sono un incrocio maledettamente mal riuscito di sangue toscano e laziale, il che mi rende, se possibile, ancora più assurda di quanto sia possibile supporre.
Studio [dovrei] Giurisprudenza a Roma, ma in realtà sono una lettrice ossessiva compulsiva e imbrattatrice di carte.

Caporedattrice di SognandoLeggendo.net
Recensore presso Scrittevolmente e Urban Fantasy 

Ha collaborato con Quarto Potere, rivista di cinema e cultura online
Ha collaborato con Oggicronaca.it

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sabato 8 giugno 2013

[Original]Passato mai passato

Passato Mai Passato
Debora M. aka Nasreen

È incredibile quanto una normale giornata, iniziata in modo assolutamente normale, possa cambiare radicalmente a causa di un piccolo e quanto mai insignificante particolare.
Quando vi dicono che ‘il buongiorno si vede dal mattino’, voi non credetegli.
Mai.
È una menzogna.
Alzarsi dal letto con il fantomatico ‘piede giusto’ non vi assicura affatto una buona giornata, e questa giornata ne è la dimostrazione tangibile.
Quest’oggi, iniziato incredibilmente bene, ha finito con il distruggersi nel momento stesso in cui il telefono, rompendo il silenzio nel quale ti stavi crogiolando pigramente, ha squillato rivelando la sua voce.

«Possiamo vederci?»
Poche parole per infrangere un momento perfetto, poche parole sussurrate alla cornetta telefonica per infrangere il sogno di aver relegato tutto il più lontano possibile.
«Ho bisogno di parlare. Posso farlo soltanto con te»
Ed ecco che tutti questi anni, impiegati nel vano tentativo di dimenticare l’ineluttabile certezza di aver perso parte di te, evaporano veloci, come acqua nel deserto.
Ti getti a letto, stordita, chiudendo gli occhi tentando di scacciare l’inevitabile senso di perdita che ti attanaglia l’anima dal momento stesso in cui hai detto ‘’.
Eppure l’hai fatto, hai detto sì, e adesso non puoi esimerti dal mantenere la parola data: devi recarti a quel’appuntamento.

In tram ti guardi intorno scivolando sui volti delle persone che ti sono accanto, la tua mente è già lontana e si lascia cullare dall’indifferente frenesia della marea che ti sta intorno, pressandoti e sorreggendoti.
Inevitabilmente lo sguardo cade fuori dal mezzo e ti accorgi che tutto è rimasto immutato, gli anni sono passati solamente per te. Le scarpe con il tacco hanno sostituito le tue vecchie Nike nere e la tua nuovissima Alfa il tuo piccolo e scassato Runner. Alla tua spalla, al posto della sacca a tracolla ricoperta di firme, ora c’è una bellissima borsa nera, elegantissima ma anonima. Un altro volto nella marea che ti circonda.
La vecchia fermata della tram davanti alla quale stazionavi ore ed ore fra una chiacchiera ed una sigaretta è ancora là, solo un po’ più sporca. Il parco dove te ne stavi a bighellonare interi pomeriggi, pomeriggi fatti di sole e di pioggia, lo vedi, è sempre lo stesso anche se un po’ più vuoto. Il bar, l’edicola, la vecchia libreria… Tutto era immutato ma irrimediabilmente diverso.
Dlin.
Suoni senza pensare, proprio come allora. Il tram si ferma e tu scendi prendendo un profondo sospiro. L’aria viziata dei mezzi non l’hai mai sopportata e ti chiedi come hai potuto resistere anni interi sui quei cosi. Poi ti ricordi che tra un libro di grammatica, un testo di matematica, una chiacchiera e un ripasso lampo per scampare a un votaccio, non avevi mai troppo tempo per notare certe piccolezze. Perché, quello che oggi ti infastidisce, ieri nemmeno lo notavi presa com’eri dal vivere la tua vita.
Prendi a camminare con passo misurato lungo il marciapiede tenendo lo sguardo dritto avanti a te, non hai nessuna intenzione di incontrare visi conosciuti e, in fondo, cinque anni non sono poi così tanti.
Attraversi la strada e passi anonima davanti alla vetrina della pasticceria che per molte notti vi aveva sfamati dopo ore passate a fare cazzate a cavallo di motorini sgangherati e macchine truccate. Passi. La vecchia signora Rita ti fa un cenno rispettoso con il capo, non ti riconosce, e allora capisci che sì, forse cinque anni sono abbastanza per dimenticare.
Ricambi il saluto e continui per la tua strada. Un piede avanti all’altro, un passo dopo l’altro, senza accennare a voler rallentare il passo. Il respiro si fa leggermente affannato, un’altra prova che il tuo corpo non è più abituato, come allora, a fare quel tragitto in salita.
Alzi lo sguardo e vedi il tabaccaio all’angolo, e chissà come, ti chiedi se tuo nonno abbia mai sospettato che, dietro quei conti assurdi a fine mese, ci fosse il tuo zampino. Con l’ovvia collaborazione del vecchio tabaccaio, suo amico d’infanzia. Sospiri arrivata in cima alla salita, ti guardi indietro, non la ricordavi così ripida.
Questa volta non guardi nemmeno per sbaglio verso la porta del tabacchi, quando vi passi davanti, tiri dritta, quasi paventata. Si sa, molto spesso cinque anni sono fin troppi. Tuo nonno lo sapeva fin troppo bene.

Finalmente da lontano vedi l’insegna del locale. Il BluMoon. Ti chiedi con stizza per quale assurdo motivo ti abbia dato appuntamento proprio in quel locale, così lontano dal tuo quartiere. Dopo un istante ripensi alla sua voce, al telefono, e scuotendo la testa ti rendi conto di saperlo fin troppo bene.
Il BluMoon era il loro bar di ritrovo. Il BluMoon era il passato, e tutti prima o poi hanno bisogno del loro passato. Tu non sai propriamente quando hai cominciato a considerare il tuo mondo al BluMoon il “passato”, ma sei convinta che non è certamente la cosa più importante al momento.
La cosa importante al momento è Lui. Lui che, anni prima, aveva messo incinta una ragazza dopo una sola notte d’amore. Lui che, dopo aver saputo della notizia, non ci aveva pensato due volte a mollare tutto per sposarla, lui che non si era mai posto una minima domanda. Lui che ha preso e ha gettato alle ortiche il suo presente e il futuro che aveva faticosamente costruito per assumersi le sue responsabilità. Lui che era stato solo il primo fra tutti a cedere il passo alla maturità, ma che forse non l’aveva fatto nel modo giusto. Lui.
Entri nel locale semibuio e ti fermi un attimo aspettando che gli occhi tornino a mettere a fuoco nella penombra delle luci dei flipper e delle slot machine. Una volta non ne avresti mai avuto bisogno. Una volta.
Ti avvicini al bancone sentendoti tutti gli sguardi dei presenti addosso, non ti illudi che ti abbiano riconosciuta per quel che eri, anzi, sei piuttosto sicura che si stiano chiedendo che diavolo ci faccia una donna della tua età in quel posto. O molto probabilmente se ti sei persa. Pensare che non hai neppure 25 anni ti deprime.

Arrivi al bancone e ti siedi allo sgabello guardandoti intorno, non lo vedi. Ti innervosisci, subito credendo in uno stupido scherzo ed inizi a darti mentalmente della sciocca.
Guardi verso il barista e speri di cuore che non ti costringa a fischiare per attirare la sua attenzione, è una di quelle cose che non sai fare oggi come non le sapevi fare allora. Ti vede, sorride e ti viene incontro. Ti ha riconosciuta e il tuo cuore batte leggermente, allora non sei stata solo una scia di un attimo in una marea di stelle.
«In cosa posso servirla?»
Il tuo sorriso vacilla leggermente, ma non cali la maschera di donna in carriera gentile e serena.
«Un Gin Tonic, per favore» ribatti con sicurezza avvicinandoti il piattino con le noccioline ed iniziando a sgranocchiarne, quasi annoiata.
Vedi il barista veloce ed efficiente come sempre versare il gin, acqua tonica, una fettina di limone e, con tua immensa sorpresa, aggiungere una spruzzata di lime.
«Proprio come piace a te, eh?» ti chiede provocatorio ma sorridendo apertamente mentre ti serve il tuo drink con tanto di cannuccia rossa. Lo guardi, guardi il drink, poi di nuovo lui e non puoi esimerti di scoppiare a ridere di fronte a quel sorriso paraculo. Ti aveva riconosciuta.
«Ciao bella, ne è passato di tempo, eh?»
Ti saluta, sinceramente felice, mentre ti bacia entrambe le guance, come faceva allora, forse solo con un briciolo di rispetto in più. Non ti chiede spiegazioni, non gli interessano, per lui è importante solo sapere se stai bene e se hai cambiato gusti in fatto di drink. Tutto il resto è solo un’altra storia di una vita che è passata, ha intrecciato la sua, gli ha lasciato dolci ricordi e poi, un giorno, ha ripreso a viaggiare su binari differenti. È storia, è passato.

Ti senti toccare una spalla, quasi timidamente.
«Scusami, ho trovato traffico»
La sua voce. Rabbrividisci, socchiudi gli occhi ignorando lo sguardo penetrante del barista che conosce il vostro passato, e ti volti con un’espressione serena in volto.
«Non preoccuparti, non è molto che aspetto»
Lui abbozza un sorriso e ti fa gesto di seguirlo verso il vostro angolo, in fondo al locale, vicino alle porte che danno alle cucine.
«Trovare un posto per l’auto da queste parti è impossibile! Non me lo ricordavo proprio così dall’ultima volta…»
Abbozza lui sorridendo appena guardandoti mentre si accomoda al solito posto, come cinque anni prima. Solo che questa volta indossa un tailleur sgualcito dalle probabili otto ore lavorative e non i suoi logori jeans falsamente invecchiati da 250€ al paio.
Ricacci indietro una rispostaccia e ti limiti a sorridergli comprensiva.
«È normale, prima arrivavamo arrancando sui nostri scassatissimi motorini. Quelli li infilavamo ovunque»
Ti rendi conto troppo tardi che il tuo tentavo di glissare e di non usare la tua solita lingua tagliente è andato miseramente fallito. Sospiri, mentre ti togli il cappotto e lo appoggi attentamente sulla borsa rendendoti contro che una volta l’avresti semplicemente arrocciato dietro la schiena.
Alzi lo sguardo e ti accorgi che ti sta guardando con un sorriso indulgente sulle labbra, un sorriso che ha tanto il sapore del passato che ti fa quasi male. Decidi di non pensarci.
«Allora? Dimmi tutto. Sono qua» esordisci con il tuo solito aplomb.
Ridacchia.
«Dritta al punto, eh? Non potrebbe essere che ho solo voglia di fare due chiacchiere con una vecchia amica?»
Lo scruti e un sorriso amaro ti sale sulle labbra.
«No, non lo credo, ma sarebbe bello. E' questo il motivo che ti ha spinto a chiamarmi dopo cinque anni di silenzio e a chiedermi di parlare di qualcosa che puoi dire solo a me?»
Lo vedi adombrarsi e irrigidire la mascella come a trattenere uno spasmo di rabbia. Vedi le sue iridi scure velarsi di tristezza prima di staccarsi da te per fare cenno al barista, Claudio, di portare da bere. Claudio non ha mai bisogno di ascoltare un’ordinazione due volte, neppure dopo cinque anni di assenza dal suo locale. Infatti pochi dopo attimi, farciti di silenzio, ecco arrivare le nostre due chiare. Una grande e una media, ti viene quasi da piangere. Incredibile Claudio.
Lo vedi buttare giù d’un sorso mezzo bicchiere della sua bionda preferita e tornare a fissarti come fosse incerto su cosa dirti, su come iniziare. Non avevate mai avuto problemi di quel tipo cinque anni prima.
«Per prima cosa… Vorrei scusarmi con te, Mimi»
Sentire il tuo nomignolo, il tuo nomignolo speciale, che solo a lui e agli altri ragazzi della banda era permesso usare ti fa socchiudere gli occhi. Quanta acqua era passata sotto i ponti? Aveva davvero senso permettergli di chiamarti ancora in quel modo? Aveva davvero ancora diritto di poterti trattare con quella confidenza?
«Non sono più ‘Mimi’ da un bel po’, sai?»
Lo vedi praticamente sobbalzare di fronte a quella tua pacata affermazione, forse si aspettava tutto ma non quello. Forse, in realtà, se lo era sempre aspettato; peccato che tu non lo saprai mai.
«Scusami, Miriam, per quello che ti dissi, quella sera. Per come ti ho trattata. Non te lo meritavi, lo so oggi come lo sapevo allora…»
«Ma…» lo pungoli.
«Ma… Il mio mondo stava andando a rotoli. Aveva preso a correre nella maniera che mai mi sarei aspettato. Non sapevo come gestire tutta la situazione. Ti prego, perdonami.»
Lo vedi stringere il boccale di birra e ti accorgi con stupore che le sue parole non ti fanno bene, ma non ti feriscono nemmeno. Il tempo del dolore è lontano, da anni e, ti chiedi onestamente, a lui serve davvero il tuo perdono?
«Sono passati cinque anni. Un po’ tardi per le scuse, non trovi?»
E nel momento stesso in cui formuli quelle parole ti rendi conto che era tutta una menzogna, una grandissima e stupidissima menzogna. Fa male, fa ancora male, dopo tutti quegli anni e le sue scuse stavano solamente risvegliando la rabbia sopita. Stupido, oltre che immaturo. Sospiri.
«Okay, senti, scusa. Dimentica quello che ho detto. Ti scuso, ovvio che ti scuso. Sono passati davvero troppi anni e, alla fine, ormai non è più importante. No?»
Vedi l’uomo davanti a te inclinare la testa ed osservarti con sguardo lontano e sai cosa sta facendo. Hai cercato di farlo anche tu pochi minuti prima, quando hai provato a sovrapporre l’immagine di ciò che era a ciò che è divenuto. Speri che riesca a trovare ciò che sta cercando.
Evidentemente ci riesce. Ti sorride di nuovo.
«Sei diventata una donna, è impressionante. Quasi non ti si riconosce, Miriam»
«Vuol dire che sono peggiorata proprio tanto!» Esclami quasi sorridendo, dimenticando per un attimo tutto il resto e tornando ed essere la piccola Mimi di anni prima.
«Macché! Migliorata semmai!»
«Grazie, anche tu stai molto bene»
Ti guarda con il sopracciglio alzato, come a volerti sfidare a ribadire ciò che avevi appena detto. Lo fissi per un istante e poi, facendogli l’occhiolino, ribatti: «Okay, effettivamente fai schifo in questo momento. Ma sono certa che sia dettato dalle circostanze. Sei diventato esattamente il bell’uomo che promettevi di diventare»
Sorride e fa cenno a Claudio di portare un altro giro. Accetti perché dentro di te senti che entro breve ti servirà, non hai mai ignorato una sensazione in vita tua, soprattutto se è tua.
«In effetti non è un bel momento» riprende, la voce si incrina leggermente. Ma è solo un attimo.
Lo guardi e sai perfettamente che è l’unica domanda che ha veramente atteso per tutta la serata quella che stai per fargli. Decidi di farla.
«Come mai?»
Ti guarda ed i suoi occhi ti chiedono nuovamente perdono prima di buttare giù un’altra mezza chiara.
«Ma sei sicuro che sia tu il padre?»

Te lo sussurra, ripetendo una frase del passato, quasi vergognoso di quella confessione che gli pesa sullo stomaco come un macigno, e questa volta sei tu a sobbalzare guardandolo con occhi allucinati.
Non dici una parola, non puoi parlare, puoi solamente guardarlo negli occhi mentre lasci che i ricordi ti sommergano. Mentre permetti al passato di tornare prepotentemente fra voi.
Un passato che vi vede ieri come oggi nello stesso posto, nella stessa posizione a parlare di un futuro non troppo lontano, di progetti, di matrimoni e di vita.
Un passato che ti vede disperata nel tentativo di far ragionare quel giovane uomo tutto preso da quell’ondata di responsabilità che non sa come gestire.
Un passato che ti vede, infine, arresa mentre dai voce al sospetto che alberga nel tuo cuore dal momento esatto in cui hai saputo che, Michelle, la sua nuova fiamma, aspettava un figlio magicamente caduto dal cielo dopo una sola notte d’amore.
«Ma sei sicuro che sia tu il padre?»
E lì, in quello stesso angolo, cinque anni prima, lo vedi alzarsi e afferrarti per la gola sbattendoti al separé, celandoti al resto della sala. Nascondendoti al resto del gruppo che, ignaro, continuava la sua serata mentre tra voi tutto si infrangeva e cadeva calpestato da un semplice sospetto.
Non urlò, non ti batté, si limitò ad accusarti, con sguardo di fuoco, di essere gelosa, invidiosa e maligna per aver anche solo pensato che la sua Michelle avesse potuto fare una cosa del genere.
Era stata l’ultima volta che vi eravate visti, non sei stata al matrimonio, ne al battesimo del bambino quando è nato. Ti sei limitata a inviare un piccolo corno d’oro bianco per augurare a quella creatura tutta la fortuna che potevi.
E ora, dopo cinque anni, il calore di quelle cinque dita intorno al tuo collo tornavano a bruciare come fuoco, mentre fissi quegli occhi sperduti davanti a te.
Quelle parole, quelle accuse che ti aveva rivolto, di essere invidiosa di quella donna che passava le notti accanto a lui, nel suo letto, ancora bruciavano come il fuoco nella sua anima. Sì, bruciavano tremendamente.
Il pensiero delle volte che avevi trascorso le notti rannicchiata nel suo letto, da bambina. Delle volte che ti eri addormentata a casa sua, per poi risvegliarti nel suo letto scorgendolo, poco lontano, rannicchiato sul divanetto.
Quante volte aveva fatto lui, mettendoti in guardia verso gli errori della vita, quello che tu avevi cercato di fare con lui? Troppe.
Ma no. Lui si era limitato a sbatterti fisicamente al muro e poi, metaforicamente, fuori dalla sua vita urlandoti in faccia che volevi infilarti solo nel suo letto. Come se tu avessi mai avuto bisogno di affidarti a certi giochi per infilarti nel suo letto, fin da quando eri una bambina.
Lo amavi, è vero, ma non certamente come aveva creduto lui. O forse sì, forse.
E ora, ti chiedi, mentre ti porti la tua birra alla bocca per buttarne giù una generosa sorsata, cosa avresti dovuto fare.

Lo vedi scuotere il capo mestamente e passarsi una mano sul viso, disperato, come un uomo che aveva fra le mani la propria salvezza ma che, per stoltezza, l’aveva gettata via. Incautamente.
Ti parla, lo senti, come un eco lontano. Ti parla, sottovoce e ti racconta tutto, senza aspettarsi una tua risposta. Parla e continua a parlarti dei suoi cinque anni fatti di menzogne e di mezze verità. Cinque anni fatti di cene con le amiche, fatti di un bambino irrequieto dagli occhi chiari che ama con tutto se stesso. Ti racconta di quella moglie che lo guarda, gli parla ma che non lo ascolta mai. Una moglie che non sa nulla di lui e soprattutto a cui non interessa sapere nulla.
Degli amici che Natale dopo Natale hanno smesso di chiamalo, di invitarlo a bere qualcosa… Di passare a salutarlo.
E lo vedi, lo vedi affogare la sua miseria in quel bicchiere mentre ti carezza gentilmente una mano con infinita dolcezza come quando eri piccola. Come quando gli parlavi delle tue liti amorose o dei tuoi problemi con i genitori. La scuola che non andava e la vita che ti faceva schifo. Lui ti accarezzava la mano e ti diceva che sarebbe andato tutto bene, che sarebbe passato, che la vita è una ruota e che il domani, dopo una bella dormita, ti sarebbe apparso più bello perchè saresti stata nuovamente nella parte alta della ruota, dovevi solo attendere.
E allora tu ti rannicchiavi accanto a lui e chiudevi gli occhi, cullata dalla segreta consapevolezza che, domani, quando avresti riaperto gli occhi, la giornata sarebbe stata certamente più bella perché lui eri lì con te, ad aiutarti.
Ma erano tutte bugie, e solo in quel momento te ne rendi finalmente conto. Erano frasi fatte, parole di speranza per aiutarti ad affrontare la prima lotta della vita: l’adolescenza.
Lui sapeva bene che oltre quella battaglia ce ne sarebbero state delle altre, lui sapeva tutto questo ma non aveva mai evitato di passare una serata ad accarezzare la tua mano, dolcemente, mentre versavi tutte le tue lacrime per un mondo che non ti accettava. Che non accettavi.
E ora? Quell’uomo, padre e marito, che ti sta davanti e affoga nell’alcool la sua tristezza, come è arrivato a questo punto?
Dov’è la pacata gentilezza che lo aveva sempre spinto ad affrontare la vita con il sorriso?
Dov’è la forza brutale con la quale difese la sua donna, quel giorno, quando l’accusasti di averlo ingannato?
Dov’è la cieca fiducia che aveva riversato in quel rapporto, acerbo, e per il quale aveva gettato carriera, amicizia, giovinezza e affetti?
Dov’è quell’uomo coraggioso che ti aveva insegnato a vivere?

Lo guardi finire l’ennesima birra e richiamare, ancora una volta, l’attenzione del vecchio Claudio per un altro giro. Fissi il barista da lontano, e lui capisce. Non servirà altro alcool per quella serata.
Guardi nuovamente l’uomo che ti sta davanti e che ti sta fissando con sguardo appannato dalla disperazione e dall’alcool. Un uomo che hai amato in passato, che forse ami ancora oggi, ma verso il quale, che tu lo voglia o meno, hai un grande debito.
Il locale ormai si è svuotato, è tardi, è ora di chiudere. I flipper sono spenti e i lampioni, per strada sono accesi da diverse ore, proprio come quella sera, di cinque anni prima.
«Capisci? E se io non fossi il padre?» Lo ripeté nuovamente, per la terza o quarta volta.
Ti si stringe il cuore. Hai sempre saputo, hai sempre sospettato ma per fortuna sei sempre stata l’unica a vedere. Almeno fino a quel momento, e la sua disperazione non ti fa star meglio.
«No» gli dici con voce dolce mentre gli accarezzi il viso dolcemente «Sei tu il padre. Lo sei oggi, lo sei stato ieri e lo sarai domani. Capito?»
Lui scuote nuovamente la testa amareggiato, e tu capisci quanto ami immensamente suo figlio, nonostante tutto.
Ti alzi, aggiri il tavolo e ti porti di fianco a lui che alza il viso, interrogativo.
Lo afferri per la gola, pur senza cattiveria, e lo inchiodi a te con lo sguardo, come fece lui tanti anni prima.
«Hai capito, Luca? Lui è tuo figlio. È tuo, per sempre. Non esiste altra verità. Non esiste alcun dubbio. È chiaro?»
Lo vedi sgranare gli occhi, fissarti nel tentativo di trasmetterti qualcosa che, purtroppo tu capisci fin troppo bene mentre senti il tuo cuore infrangersi, nuovamente. Anche quello l’avevi sempre saputo, ma ormai non puoi più fare nulla per salvarlo. L’amore è un treno che passa una volta sola.
«Andiamo, ti accompagno a casa. Hai una famiglia che ti aspetta» Sussurri dolcemente con voce, per la prima volta incerta.
Una strana luce sfreccia nei suoi occhi, è solo un attimo ma la connessione avviene e tu comprendi. Pieghi lievemente la bocca in un piccolo sorriso amaro. Lui annuisce, si alza un po’ barcollante, si riveste e, insieme, raggiungete la porta del locale. Lanci un’occhiata a mo’ di saluto al vecchio Claudio che si tocca un berretto invisibile con due dita, un saluto, questa volta definitivo.

In fondo si sa, Claudio non ti chiede mai spiegazioni, non gli interessano, per lui è importante solo sapere se stai bene e se hai cambiato gusti in fatto di drink. Tutto il resto è solo un’altra storia di una vita che è passata, ha intrecciato la sua, gli ha lasciato dolci ricordi e poi, un giorno, ha ripreso a viaggiare su binari differenti.
È storia, è passato. Fine.

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